Il meccanismo di difesa della negazione: i motivi per cui molti hanno difeso il prete condannato

A cura di Barbara Repossini, psicologa, psicoterapeuta e sessuologa


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Il caso di Don Ruggero Conti scoppia in anni in cui ancora si parlava poco di pedofilia e di abusi sessuali su minori, soprattutto in ambito ecclesiastico. L’arresto del sacerdote prima e i processi poi, hanno scosso l’opinione pubblica al punto da creare una sorta di ‘doppio schieramento’: da una parte coloro che credevano alle vittime e dall’altra coloro che invece credevano fermamente nell’innocenza di Conti. Ne parliamo con la psicologa e psicoterapeuta Barbara Repossini. Negli anni in cui don Conti educava all’oratorio legnanese era solo una ragazzina, ma ha in mente ancora oggi il comportamento del sacerdote.

Intervista

Perché scatta questo meccanismo di difesa, quasi di venerazione, nei confronti di un parroco di cui si sa aver abusato di ragazzini a lui affidati?

I meccanismi della mente umana sono molteplici e, per chi non li conosce in maniera approfondita, difficili da comprendere. Uno dei più complessi è il “meccansimo di difesa della negazione” che determina la compromissione dell’esame di realtà e che esiste fin dalla primissima infanzia. Pensiamo, per esempio, al bambino che viene colto in flagrante mentre mangia del cioccolato e, con la bocca ancora tutta sporca, nega di averlo mangiato. È un meccanismo autoprotettivo che scatta di fronte a quelle situazioni in cui, l’evento ha una portata emotiva talmente traumatizzante e forte da dover essere negato per assicurare il mantenimento della propria integrità mentale. In questo modo la realtà dell’evento è quella che io mi sono creato e non quella realmente esistente. Negare che una persona abbia compiuto abusi sessuali sui propri amici o conoscenti, mette al riparo da ciò che potenzialmente sarebbe potuto accadere a me; se nego l’esistenza del fatto mi metto al riparo dalla paura e dall’angoscia che la stessa sorte sarebbe potuta capitare anche a me.

È un meccanismo consapevole oppure inconscio e per certi versi e alimentato dall'ambiente attorno?

È un meccanismo inconscio. Se diventasse conscio, la persona dovrebbe mettersi di fronte a ciò in cui ha sempre creduto e alla realtà emersa perdendo i suoi punti di riferimento e l’equilibrio psicologico creato; questo potrebbe condurre a conseguenze devastanti per la psiche. L’ambiente riveste un ruolo fondamentale: ancora oggi molti sono increduli di fronte a fatti di questo tipo. Il caso di Ruggero Conti inizia in anni in cui non si era mai sentito parlare di abusi sessuali in ambito ecclesiastico o in contesti protetti come poteva e doveva essere un oratorio; ancora più di oggi c’era omertà e difesa di tutto ciò che avveniva al suo interno, anche da parte di chi gestiva tutta l’organizzazione. All’epoca io andavo alla scuola media e mi ricordo che, sporadicamente, frequentavo l’oratorio di San Magno, poiché era la mia contrada. Ricordo che Ruggero invitava molto spesso ragazzini e ragazzine a casa sua a dormire e una volta chiesi a mia madre se potessi andare anche io. La risposta di mia mamma fu: “Non capisco perché una persona della sua età debba invitare tutti questi ragazzini sempre a casa sua a dormire. Tu non ci vai!”. Lo racconto perché, fortunatamente, mia mamma essendo al di fuori di tutti quei meccanismi in cui si voleva vedere solo il bene e non frequentando l’ambiente ha, sicuramente, avuto più lucidità nel pensare che non fosse una cosa proprio ‘normale’.

In molti gridavano al complotto. Su che basi a livello psicologico?

Per tutti coloro a cui non è toccata, fortunatamente, questa sorte diventa importante preservare l’immagine e la conoscenza che loro hanno di questa persona. Io conosco alcune persone, molto vicine a me, che, a tutt’oggi, lo difendono perché a loro non ha fatto nulla; ecco dove scatta il meccanismo della negazione: “A me non ha fatto nulla per cui non è vero”; se continuo a pensarla così mi preservo dall’angoscia, dalla sofferenza e dalla realtà da cui mi sono salvato.

In che misura conta il comportamento affabile del parroco?

Ruggero Conti, come tanti altri preti pedofili o figure che rivestono un ruolo importante e, nel loro ambito, di potere, si fanno forti del loro ruolo. Le persone si affidano a loro. I ragazzini, inizialmente, trovano sollievo e attenzioni. Sono persone che hanno, paradossalmente, una grande capacità empatica di cogliere le personalità più fragili e bisognose, da poter manipolare e controllare. Perché non tutti hanno subito abusi? Difficilmente un pedofilo si rivolge a un bambino che, potenzialmente, può avere delle risorse che lo portano a denunciare gli abusi; sono persone che vanno sul sicuro e che usano il ruolo di apparenti benefattori rubando e manipolando la fiducia altrui. Proprio per aver sposato una fede e aver fatto vedere al mondo che loro rinunciano e tutti per gli altri, diventa difficile credere, per molti, che persone così possono compiere tali aberranti crimini. Purtroppo, invece, gli studi ci dicono che, proprio persone di questo tipo scelgono appositamente lavori o ruoli di questa tipologia: insospettabili, nel sociale, e soprattutto a contatto con bambini ignari e fiduciosi, limpidi e puliti che si trovano in un vortice in cui non riescono più a uscire.

Perché chi denuncia non lo fa prima?

Le vittime di abuso, soprattutto se bambini, sono impossibilitati a denunciare perché ancora privi di risorse per contrastare le minacce, le umiliazioni e le vessazioni di chi si hanno vicino e che, con estrema ambivalenza e potere crea una realtà a cui si deve per forza aderire pena cose terribili che accadrebbero. Io credo fermamente in ciò che molti hanno denunciato. Non credere alla vittime di abusi significa abusare ancora.

Barbara Repossini

www.barbararepossinipsicologa.com

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